"Se questo è un uomo" di Primo Levi - L'audiolibro
- Pasquale Frisenda
- 8 mag 2021
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 30 mag 2021
La prima e lucida analisi compiuta dall'autore su uno dei fatti più tragici della storia umana e di cui fu testimone diretto.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
("Se questo è un uomo", poesia che apre il libro in parte basata sull'antica preghiera dello Shemà)
"Il mio nome è 174517. Siamo stati battezzati. Porteremo finché vivremo il numero tatuato sul braccio sinistro". (da "Se questo è un uomo")
- "Qual è il significato esatto del suo libro più conosciuto?". - "Questo titolo è prelevato dalla poesia presente nella prima pagina del libro, e allude non soltanto al prigioniero ma anche al suo custode. Quel sistema distrugge l'umanità in chi lo esercita e in chi lo subisce in egual misura. La stessa disumanizzazione che noi subivamo perché imposta la vedevamo avvenire in chi ci custodiva, in tutta la gerarchia nazista". (da un'intervista a Primo Levi)
"Se questo è un uomo" costituisce l'esordio letterario di Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987). Scritto febbrilmente tra il dicembre 1945 e il gennaio 1947, racconta la prigionia subita dallo scrittore nel campo nazista di Auschwitz nel 1944. La prima edizione del libro venne stampata nell'autunno del 1947 dalla piccola casa editrice torinese De Silva diretta da Franco Antonicelli, dopo la pubblicazione a scopo promozionale di alcuni capitoli sul giornale "L'amico del popolo" oppure su "Il Ponte", prestigiosa rivista letteraria diretta da Piero Calamandrei. Fu lo stesso Antonicelli a decidere di sostituire il titolo scelto da Levi, "I sommersi e i salvati", con "Se questo è un uomo", basandosi sui versi introduttivi dell'opera. Il manoscritto era stato presentato prima ad altri editori, fra cui Einaudi, che lo avevano rifiutato (fu Cesare Pavese a prendere questa decisione e Natalia Ginzburg a comunicarlo a Levi). Il successo e la notorietà del libro si fecero attendere fino al 1958, anno in cui l'opera venne pubblicata finalmente proprio dalla casa editrice con l'emblema dello struzzo, nella collana Saggi e con un risvolto di copertina scritto da Italo Calvino. Nel 1964, Levi ne produsse una riduzione radiofonica che venne trasmessa il 25 aprile dello stesso anno, alla quale avrebbe fatto seguito nel 1966 la riduzione teatrale di Pieralberto Marchesini. L'autore ne curò poi anche un'edizione scolastica.
Alle terribili esperienze vissute nel lager e anche all'odissea fatta per tornare a casa, Levi dedicò altri due libri: "La tregua" (1963) e "I sommersi e i salvati" (1986). In "Se questo è un uomo" si parte dall'Italia, da quando Levi, dopo essere stato arrestato, viene rinchiuso nel campo di Fossoli, per poi descrivere l'angosciante viaggio in treno, l'arrivo ad Auschwitz e la scoperta di quella terrificante realtà. Il libro è una lucida, coinvolgente ma meditata analisi di quegli avvenimenti, come anche uno studio di cos'è l'Uomo, oltre che un capolavoro letterario. Un testo che parla delle nostre responsabilità in quanto specie, ieri come oggi, perché, come disse lo stesso Levi, l'idea che "chi è straniero è automaticamente un nemico giace nascosta dentro di noi come un'infezione, ma quando diventa un sistema di pensiero può produrre degli atti e dei gesti che poi portano direttamente al lager. È accaduto, dunque può accadere nuovamente".
"Se questo è un uomo" non venne scritto non per muovere accuse ai colpevoli ma come testimonianza di un avvenimento storico e tragico, e in tal senso Levi scrisse: "E' nato fin dai giorni di lager per il bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi". L'opera, durante la sua genesi, fu comunque oggetto di rielaborazione; al primo impulso, quello di testimoniare l'accaduto, seguì un secondo, mirato ad elaborare l'esperienza vissuta, il che avvenne grazie ai tentativi di spiegare in qualche modo l'incredibile dimensione di orrore organizzato dei lager nazisti.
A scanso di possibili equivoci o fraintendimenti (o peggio, negazioni), l'autore precisò di non aver inventato nessuno degli fatti narrati, e dopo i versi introduttivi la prefazione spiega quanto importante sia stato per Levi il fatto di essere stato internato solo nel 1944, periodo in cui le condizioni dei prigionieri erano, per quanto sia incredibile pensarlo, comunque migliorate.
Fu essenziale, da parte dell'autore, lo scopo di alternare la testimonianza del proprio vissuto ad altri scorci in cui invece assumere una prospettiva più neutra, quella dello scienziato che osserva la realtà (Primo Levi era un chimico e, da un certo punto in poi, dopo uno sconcertante esame, svolse quella mansione anche nel campo di concentramento, cosa che almeno in parte gli permise di evitare di viversi altre possibili sciagure).
Ricoprono quindi un ruolo di rilievo le descrizioni dei rapporti sociali, e Levi si concentra spesso sulla psicologia e sulle dinamiche di gruppo dei detenuti, indicando come diverse regole della civilizzazione umana vengano, per cause di forza maggiore, messe a tacere, e ogni stratagemma e sotterfugio diventa necessario per cercare di sopravvivere, magari solo per poco.
Tra le tematiche che pervadono il testo si possono inoltre citare la conservazione di un minimo di dignità umana e dell'amicizia, nei limiti ristrettissimi in cui è possibile farlo in un luogo di quel genere; gli episodi di carità e di solidarietà tra prigionieri; la fame, condizione che assilla senza sosta i prigionieri sottoalimentati; l'insensatezza e l'arbitrarietà delle regole e degli ordini che governano la vita nel campo; la concentrazione dei prigionieri sul presente, quindi l'incapacità di raffigurarsi un futuro e la rimozione del passato. Al lettore viene permesso di immedesimarsi con il protagonista e affiancarlo idealmente nell'affronto subito; per questo la lettura del libro è un'esperienza intensa, che non di rado fa sorgere delle domande a cui Levi tentò di rispondere. Per esempio, molti lettori rimasero stupiti dal fatto che nel libro si trovano ben pochi giudizi morale negativi nei confronti di chicchessia, compresa la struttura nazista. La mancanza di sentimenti del genere fece parlare di un modo di scrivere classico, essenziale e composto, che lo pone tra i grandi della letteratura, ma Levi spiegò in seguito che era sua intenzione quella di mantenere un approccio razionale, assumendo il ruolo del testimone e lasciando al lettore il compito di formarsi un'opinione sull'accaduto. Nondimeno, come riportato nell'appendice al romanzo, a Levi venne chiesta una spiegazione sull'origine dell'antisemitismo nazista, ma quel fenomeno, secondo lui, andava inquadrato in un discorso più ampio, legato all'ostilità sviluppata nei confronti dei diversi. Si intuisce quindi che la narrazione del mondo rinchiuso tra le recinzioni del lager può indicare, in qualche modo, un qualcosa di più esteso, che può arrivare ad abbracciare l'intera condizione della natura umana, tematica cui accennava lo stesso Levi parlando del campi di concentramento come fonte di sapere sugli uomini: i lager sono comparabili ad un gigantesco e mostruoso esperimento antropologico (che si spera irripetibile), in cui l'essere umano si deforma in un modo tale da far emergere da sé solo la sua crudeltà. La sofferta testimonianza del Lager si traduce in una scrittura limpida e antiretorica, tesa soprattutto alla volontà di capire sino in fondo questo buco nero della storia.
Levi non chiede, bensì "comanda" attenzione e memoria al lettore, perché questi si faccia carico almeno di un briciolo di quella tragedia, e non cerca compassione, ma consapevolezza e vigilanza morale. La sua voce non odia ma nemmeno perdona; l'intento è "fornire documenti per uno studio di alcuni aspetti dell’animo umano". Qui viene descritto l'indescrivibile: "Per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo". Una demolizione programmata, che non lascia nulla al caso, che inizia durante la deportazione nei carri bestiame, e continua con l'inganno della scritta posta all'entrata del campo, le percosse senza ragione, gli ordini urlati in una lingua straniera, il lavoro da schiavi, le terribili selezioni fatte in fretta e distrattamente ma che mandarono nelle camere a gas milioni di persone, la guerra di ciascuno contro ciascuno, le gerarchie visibili e invisibili, l'abbruttimento assoluto e l'etica fondata sul raggiro e sulla sopraffazione; un girone infernale che viene incrinato solo dai rari amici e compagni di prigionia che Levi delinea da straordinario ritrattista fisiognomico-morale qual è stato. "Se questo è un uomo" diventa quindi uno specchio per le vittime, i carnefici e i comuni lettori. L'autore riuscì addirittura a venare di un leggero umorismo la sua prosa, con una sintassi che a molti ha ricordato i grandi classici latini e italiani, tra l’epicità di Omero e la solennità di Dante. Nel libro si incontrano in effetti riferimenti diretti e indiretti alla "Divina Commedia" (di cui Levi cerca di citare anche alcuni passi ad un compagno di prigionia durante un tragitto fatto insieme): il viaggio verso il lager può essere visto come il trasporto delle anime da traghettare verso l'inferno attraversando il fiume Acheronte, laddove un soldato del campo copre un ruolo simile a quello del nocchiero Caronte all'arrivo dei prigionieri ad Auschwitz; la detenzione nel lager viene in qualche modo interpretata come viaggio nell'oltretomba, in un mondo dal quale si crede di non poter più uscire, similmente a quanto accade nell'Inferno dantesco; la tristemente nota scritta sul portone di accesso (Arbeit macht frei/Il lavoro rende liberi) viene proposta come una riscrittura dell'incipit del terzo canto dell'Inferno dove la frase "Per me si va nella città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente" indica che attraverso quell'ingresso si accede al mondo dei dannati; l'infermeria viene paragonata al limbo, un mondo escluso dalle categorie del bene e del male, privo di punizioni vere e proprie e, in un certo senso, un momento di tregua durante la detenzione nel lager nazista; nel capitolo "Sul fondo", si indica lo stato di brutale sovvertimento dei valori morali all'interno del lager con i celebri versi danteschi: "Qui non ha loco il Santo Volto/Qui si nuota altrimenti che nel Serchio".
Qui trovate la prima parte de l'audiolibro di "Se questo è un uomo" letto da Valentina Carnelutti per il programma Ad alta voce di Radio 3 (QUI le restanti 21 parti):
Qui una veloce presentazione dell'autore:
Qui alcune riflessioni di Primo Levi e Mario Rigoni Stern, tratte dal film "La strada di Levi":
Per finire propongo questo documentario della Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), con testimonianze di sopravvissuti alla deportazione ed ai lager nazisti, dedicato a tutti coloro che non fecero più ritorno: antifascisti, democratici, partigiani e oppositori politici di ogni sorta (anche tedeschi), prigionieri di guerra, internati militari italiani (IMI), bambini, studenti, operai, omosessuali, ebrei, zingari, ecc.:
Buon ascolto e buona visione!

(l'immagine che chiude il post è di Pietro Scarnera)
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