Ancora tuona il cannone
- Pasquale Frisenda
- 3 ore fa
- Tempo di lettura: 8 min
Omaggio a Francesco Guccini e a una delle canzoni più significative contro la guerra.

"Tutto passa. Le sofferenze, i tormenti, il sangue, la fame e la pestilenza. La spada sparirà, e le stelle invece rimarranno, quando anche le ombre dei nostri corpi e delle nostre azioni più non saranno sulla terra. Le stelle rimarranno allo stesso modo immutabili, allo stesso modo scintillanti e meravigliose. Non esiste uomo sulla terra che non lo sappia. Perché allora non vogliamo la pace? Perché non vogliamo rivolgere il nostro sguardo alle stelle? Perché?"
(Michail Bulgakov)
"La cosa più brutta è che le atrocità non scuotono più le nostre anime. Questa abitudine al male è ciò di cui dovremmo piangere".
(Fëdor Dostoevskij)
"O la vita tornerà ad essere cosa viva e non morta, o questo mondo diverrà un serraglio di disperati, e forse anche un deserto".
(Giacomo Leopardi)
"E Voi, imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare. Questo mostro stava per governare il mondo. I popoli lo spensero, ma non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque e ancor fecondo".
(Bertold Brecht)
"Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario".
(Primo Levi)
"Quando 40 anni fa ho scritto questa canzone, non pensavo che sarebbe durata così a lungo. Oggi la canto ancora, ma non è merito della canzone, è colpa di quello che accade in giro. Quindi sono stato cattivo e facile profeta allo stesso tempo, e mi dispiace, perché avrei voluto dismettere questa canzone da tanti anni. Purtroppo, occorre cantarla di nuovo".
(Francesco Guccini dopo l'esecuzione di "La canzone del bambino nel vento/Auschwitz" durante il concerto all'anfiteatro di Cagliari tenuto il 4 settembre del 2004) Con il termine Lager si indicano cumulativamente i campi di concentramento (in tedesco Konzentrationslager), quelli di sterminio (Vernichtungslager) e di lavori forzati (Arbeitslager) creati dalla Germania nazista. Un sistema di feroce repressione, che divenne quello tipico delle grandi dittature totalitarie del '900, in special modo dal regime hitleriano e da quello staliniano tramite i famigerati Gulag.
Tra il 1933 e il 1945 i nazisti ne istituirono a migliaia, sia sul proprio territorio che altrove, utilizzandoli inizialmente per la detenzione di nemici reali o presunti e poi per l'assassinio in massa di persone ritenute "indesiderate" dal Terzo Reich, come gli infermi, gli omosessuali, i testimoni di Geova, popolazioni di etnie diverse, dai rom ai sinti, e ancora i dissidenti per motivi razziali, politici o religiosi, ma accanendosi come non mai contro gli ebrei, non solo quelli presenti in Germania ma in tutti i Paesi europei che i nazisti poi occuparono, rastrellandoli ovunque con ostinata volontà e deportandoli nei vari Lager per la cosiddetta "Soluzione finale". I campi di concentramento diventarono luoghi per omicidi indiscriminati, torture, malattie, spaventose privazioni, esperimenti medici di inaudita crudeltà, lavori forzati estenuanti, tutte cose progettate con una meticolosità che lascia ancora oggi attoniti, con l'obiettivo di annullare l'essere umano ancora prima di eliminarlo fisicamente. Quelle forme di persecuzione provocarono la morte di milioni di persone (il numero esatto rimane imprecisato). Il primo campo fu quello di Dachau, ma non pochi di essi sono passati alla storia per le aberrazioni che furono commesse nel loro interno. Uno di questi è diventato sinonimo stesso di quell'abisso di mostruosità: Auschwitz.
E' il 1964 e due libri appena letti lasciano il segno in Francesco Guccini: "Il flagello della svastica", un resoconto dei crimini perpetrati dai nazisti basato sulle testimonianze presentate ai processi di Norimberga e scritto da Lord Edward Frederick Langley Russell, che fu personalmente coinvolto nei procedimenti contro alcuni di quegli aguzzini; e il romanzo autobiografico "Tu passerai per il camino" di Vincenzo Pappalettera, dove veniva raccontata la sua permanenza nel Lager di Mauthausen, ma sta anche ascoltando "The Freewheelin' Bob Dylan", il celebre album che contiene "Blowin' in the wind", uno dei brani più significativi del cantautore statunitense.
Sarà proprio il testo della canzone di Bob Dylan a suggerire a Guccini un'immagine, che nella sua mente prende forma in un ben più triste vento che dissolve quello che resta del corpo di un bambino, una delle tantissime vittime di uno dei crimini più atroci compiuti dall'Uomo sui suoi simili, accaduto in un secolo che per noi è ieri ma che ha racchiuso talmente tanti orrori che sembra dilatarsi nel tempo, fino all'alba del mondo.
Guccini scrive la canzone sul foglio di un quaderno, e le dà forma attraverso due voci: quella del protagonista, un bambino appena arrivato ad Auschwitz, e quella dell'autore, che cerca di riflettere sia su quanto lì è accaduto ma anche su quanto continua ad accadere ancora intorno a lui e a tutti noi, chiedendosi se ci sarà mai fine al male che ci affligge, come il pellegrino che chiedeva insistentemente alla sentinella quanto mancava alla fine della notte, un passaggio biblico ripreso da Guccini in un altro suo splendido brano, "Shomèr Ma Mi-Llailah".
Possibile che le infernali prove che gli esseri umani si sono inflitti all'interno di due guerre mondiali non hanno placato il desiderio di distruzione della nostra specie?
La risposta la conosciamo, ed è ben evidente anche oggi, in un presente destabilizzante e opprimente come il nostro.
La "Canzone del bambino nel vento/Auschwitz" viene eseguita per la prima volta nel 1966 dall'Equipe 84, e Guccini raccontò così la vicenda: "Non avevo nessuna intenzione di fare il cantautore. Non ero neanche iscritto alla Siae. Quindi la prima versione della canzone viene firmata da due prestanome. Solo nel 1967, dopo che avevo già scritto altri pezzi, me ne sono riappropriato".
Uscì come lato B del 45 giri "Bang bang", versione italiana che l'Equipe 84 aveva fatto del celebre pezzo di Sonny & Cher (forse il testo di Guccini venne ritenuto troppo forte per essere messo come pezzo portante), ma la band ne aveva però cambiato un verso: "Ancora tuona il cannone, ancora non è contento, saremo sempre a milioni in polvere qui nel vento", che in origine era "io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare e il vento si poserà".
Maurizio Vandelli e soci davano quindi una loro risposta alle domande che Francesco Guccini invece non smetteva di farsi (come anche Bob Dylan).
Quando il brano fu inciso nel suo primo album, "Folk beat n. 1" (1967), uno dei tecnici della sala registrazione si avvicinò a Guccini e gli disse: "È lei che ha scritto questa canzone? Non so se ha intenzione di continuare, ma se vuol farlo dia retta a me, cambi genere".
Quell'anno Guccini la cantò anche in televisione, presentato da Caterina Caselli come "un ragazzo un po' timido"; non so se lo era, ma di certo non gli mancava il coraggio, visto che per il suo debutto scelse parole amarissime, e continuò a cantarle per anni, mentre la segreta speranza che quel brano non fosse più necessario, come disse in un suo concerto, rimase vana.
Qualcuno ha detto che ad Auschwitz non si va per trovare risposte ma a cercare domande, e l'autore quando scrisse quel brano non aveva ancora visitato il campo (lo farà diversi anni dopo), eppure proporre l'immagine di quel vento continuo, lieve ma implacabile, fu l'intuizione giusta, dettata da quella sensibilità e dall'acume che hanno sempre contraddistinto l'opera di Guccini, e arrivò a tutti forte e chiara, entrando nell'immaginario collettivo.
John Steinbeck, riferendosi a Robert Capa, disse che era stato in grado con le sue fotografie di mostrare tutta l'infinita ferocia della guerra attraverso l'immagine di un bambino, e la stessa cosa riuscì a fare Guccini.
"Canzone del bambino nel vento/Auschwitz" ha avuto nel tempo moltissime cover realizzate da diversi artisti, e alcune di queste sono diventate molto famose, come quella dei Nomadi, pubblicata nel 1992, ma tra le altre versioni segnalerei sicuramente anche quella in inglese di Rod MacDonald, dei The Gang, di Alice, Elisa e dei Modena City Ramblers.
Qui trovate il mio personale omaggio - piccolo ma sentito - a questa canzone.
Buona lettura e buon ascolto.
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"Son morto con altri cento..."

"son morto ch'ero bambino..."

"passato per il camino, e adesso sono nel vento, e adesso sono nel vento..."

"Ad Auschwitz c'era la neve..."

"il fumo saliva lento, nel freddo giorno d'inverno..."

"e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento..."

"Ad Auschwitz tante persone..."

"ma un solo grande silenzio..."

"è strano, non riesco ancora, a sorridere qui nel vento..."

"a sorridere qui nel vento..."

"Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello..."

"eppure siamo a milioni, in polvere qui nel vento..."

"in polvere qui nel vento..."

"Ancora tuona il cannone, ancora non è contento, di sangue la bestia umana..."

"e ancora ci porta il vento, e ancora ci porta il vento..."

"Io chiedo quando sarà, che l'uomo potrà imparare, a vivere senza ammazzare..."

"e il vento si poserà..."

" e il vento si poserà..."

"Io chiedo quando sarà, che l'uomo potrà imparare, a vivere senza ammazzare..."

"e il vento si poserà, e il vento si poserà..."

"e il vento..."

"si poserà".

- "Ancora tuona il cannone" - Legenda:
- striscia 1: prima selezione dei prigionieri (divisione in uomini, donne e bambini) appena arrivati al binario 3 del campo di Auschwitz.
- striscia 3: nella prima vignetta il Bunker 1, un sistema di camere a gas e forno crematorio nel campo di Auschwitz.
- striscia 5: crematorio III di Auschwitz.
- striscia 8: nella parte sinistra una veduta aerea di alcune baracche dei prigionieri del campo di Auschwitz/Birkenau; nella parte destra la riproduzione di un disegno di un deportato sopravvissuto.
- striscia 9: la B capovolta dell'insegna posta all'ingresso del campo di Auschwitz. Una scritta beffarda, Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi), per quelli che mai più avrebbero visto la libertà, morendo a milioni in quei luoghi ("le tre parole della derisione […] sulla porta della schiavitù", come scrisse Primo Levi ne "La Tregua").
Della realizzazione viene incaricato un prigioniero, un dissidente politico polacco, Jan Liwacz, non ebreo, e che in un'altra vita faceva il fabbro. Al momento di saldare le lettere per comporre la parola Arbeit, ribaltò la B in modo che l’occhiello piccolo risulto in basso anziché in alto, come la grafica impone.
Un piccolo gesto, ma che in quel contesto terribile e inumano assunse la grandezza di una forma di ribellione in nome di tutte le vittime. - striscia 12: nella prima vignetta la riproduzione di un disegno di David Olére, pittore francese di origini polacche internato ad Auschwitz e diventato membro del Sonderkommando, che ha rappresentato in molte occasioni il lavoro tra le camere a gas e i forni crematori.
Nella seconda vignetta l'insegna all'entrata del portone del Blocco 11, uno degli edifici più temuti dai prigionieri di Auschwitz.
Nella terza vignetta uno dei tanti prigionieri che scelsero di morire gettandosi contro il reticolato elettrificato presente nei campi, per porre fine all'agonia di vivere in quelle condizioni.
- striscia 13: crematorio IV di Auschwitz.
I libri usati come riferimento: "Album Auschwitz" di Israel Gutman e Bella Gutterman; "Il silenzio dei campi" di Erich Hartmann; "Lager - Inferno e follia dell'Olocausto" di Pier Giorgio Viberti; "Shoah" di Anne Grinberg.
"Canzone del bambino nel vento/Auschwitz" è © Francesco Guccini.
Le strisce di "Ancora tuona il cannone" sono © Francesco Guccini e Pasquale Frisenda.





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